Stasera voglio ringraziare, in ordine scrupolosamente cronologico, alcune personcine: Annibale Rebaudengo, Fabrizio Bianchini, Remo bassini, che mi hanno consigliato di continuare a scrivere quando non avevo neanche deciso di farlo.
Renzo Montagnoli e Andrea Franco, per le bellissime recensioni alla mia raccolta presenti sui loro http://www.arteinsieme.net/ e www.operanarrativa.com/?q=node/205) e in molti altri siti del web.
Grazie belle personcine...
Il sogno
Due lunghe figure accostate al muro, accanto alla finestra.
Dai loro corpi emana un chiarore pallido, lunare.Parlottano sottovoce.
- Dorme?
Sì. Guarda, è bellissima…
- Già, e non si può far nulla per evitarlo?
- No, è impossibile. Conosci le regole.
- E noi qui! qui a spiare, impotenti?
- Se è per questo, non dovremmo neanche star qui. Andiamo, o finiremo per svegliarla; è la sua ultima notte.
- L’ultima notte, sì … L’ultima nella sua casa, nel suo letto … l’ultima notte. E’ così bella, giovane…
- E innamorata.
- Ma sei proprio sicuro che non si possa intercedere? se provassimo a…
- E’ tutto inutile, credimi. Vieni, andiamo via.
- Aspetta! Voglio fare qualcosa per lei, un’ultima cosa, un regalo.
- Cosa?
- Un sogno, almeno un sogno, per la sua ultima notte. Ecco!
Un frullo d’ali, e la stanza torna a immergersi nel silenzio.
La notte profuma di umido e scivola dentro, palpabile, a riempire la stanza di Giulia.
Una notte liquida, di un blu intenso, che piano si stende e colma lo spazio, come un mare tranquillo, stringendosi attorno al letto, quasi cullandolo.
Il letto: come un vascello di legno chiaro, splendente contro un cielo stellato.
Giulia sogna.
Sogna di navigare su un mare deserto e monotono, senza orizzonte. Le onde, piano, carezzano la chiglia in un pigro va e vieni, ripetitivo, sempre uguale, rassicurante. Le vele pendono inerti, fosforescenti nella notte senza vento. Il legno parla una sua lingua antica, di gemiti e scricchiolii, mentre scivola sull’acqua.
Nella stanza vuota, lei dorme tranquilla e gode un mare sconfinato senza porti o approdi, senza mete da raggiungere o direzioni da scegliere. Sogna la libertà di lasciarsi andare al proprio destino senza opposizioni, priva di volontà. Sola, sul mare, che in un abbraccio la conforta.
Il vascello rolla senza meta nel buio di pece e lei sorride, ammaliata da tanta serenità, i capelli sciolti pregni di salsedine.
Presto, l’alba s’insinuerà, infida, nell’ombra della stanza, fugando le visioni.
Il mare seccherà di schianto; e il fantastico vascello smetterà le sue bianche ali, arenandosi per sempre.
Nel letto, Giulia dormirà ancora, le braccia strette attorno al cuscino.
Tra le lenzuola, per un po’, la sua vita calda lascerà un tepore,forse un odore.
Ancora qualche ora e poi il suo letto, ormai freddo, sarà sigillato.
Per sempre…
Una passeggiata
Quasi l’ora di chiusura, gli animali dello zoo hanno già dato inizio al concerto serale con cui ogni giorno attendono il rito del pasto.Ringhi, ululati, barriti attraversano l’aria plumbea e fredda del tardo pomeriggio, voci dannate dietro sbarre eterne.Stretta nel suo cappotto color cammello, i capelli tirati dentro a un orribile cappellino verde, bordato di finta pelliccia, Katia segue da un pezzo il marito, trotterellando dietro di lui a passettini veloci e isterici. "Che razza di idea! Portarmi a passeggiare qui, a quest’ora! Sei un maledetto idiota, come sempre. Fa pure freddo e tra un po’ chiude. E queste bestiacce, poi, senti che brutti versi che fanno….disgustosi. Sergej sei un vero stupido, avessi dato retta a mia madre che me lo diceva sempre…”. Sergej cammina due passi avanti, silenzioso; ha una falcata morbida e grande. Dal bavero, rialzato sul viso, fanno capolino gli occhi scuri, pacati. "Aspettami almeno, accidenti! Se solo sapessi come tornare indietro ti mollerei qui, tra gli animali come te, pezzo di somaro! E ora… che stai guardando?”.Sergej, fermo davanti a un muretto, guarda giù, nel fossato di cemento a gradinate.“Gli orsi? Mi hai portato a vedere gli orsi di notte?! Che divertimento… non vedo l’ora di raccontarlo alle amiche! Che il diavolo ti si porti, Sergej! Senti che gelo…” ringhia, inferocita, affacciandosi a sua volta. Quattro grandi orsi bruni, seduti, guardano su, attendendo i custodi con la cena.
“Sergej, quell’orso...quell’orso si sta toccando? Guarda: ha le zampe proprio lì! Mi hai portato a vedere un orso pervertito? Un porco, come te! Oh, questo sì, lo racconterò a mamma, vedrai Sergej! Anzi lo racconterò a tutto il quartiere! Che hai da sorridere, adesso? Ehi, levami le mani di dosso, maiale! Non ti sarai mica eccitato?”
Sergej la stringe a sé; poi la bacia con delicatezza dietro l’orecchio.
In un soffio torna il ricordo dei primi mesi di matrimonio, il viaggio di nozze a Poznan, Cracovia e Gdansk. Si rivede sollevarla come una bambina e portarla, correndo felice, sulla riva del Baltico a fare il bagno tra i cigni, nell’acqua gelata che le irrigidiva i capezzoli. Indugia con il viso tra i suoi capelli, ne aspira il profumo immutato…Come si amavano.
Katia tace, perplessa. Lui si allontana e la guarda negli occhi, come una volta. Lo sguardo piomba, con un plof, in un pozzo buio. Non trova nulla.
Pochi attimi.
A Sergej pare che all’improvviso anche lo zoo sia diventato silenzioso, proprio come la moglie.
Dà un’ultima occhiata alla fossa e poi, rialzato il bavero sul viso, si avvia a falcate morbide e grandi verso l’uscita. Gli occhi scuri luccicano lacrimosi nell’oscurità.
Nella fossa l’orso più giovane si diverte a giocare con un cappellino verde, ormai gualcito. Lo prende a zampate, inseguendolo da un gradino all’altro, aspettando il suo turno per il pasto.
Le voci dello zoo riprendono il loro affamato lamento proprio mentre il guardiano sbarra i cancelli per la chiusura notturna.
oggi mi sento un alieno!qui puoi dire tutto ciò che avresti voluto ma...e ora in quanto alieno puoi!
Acqua
Seduta sulla riva, con le caviglie immerse nell’ondina quieta, Alba non pensava a nulla.
Acqua.
Si osservava le gambe, una volta polpute e sode, scarne adesso e solcate da capillari violacei e ripugnanti. Infinità di goccioline, luminescenti nel sole, correvano giù, lungo il pendio di quella carne sfatta, ansiose di tornare al mare.
Acqua.
Sentì bagnato tra le cosce. Un flusso di ricordi, andavano e venivano come la marea. Portavano dita curiose, fiotti di sangue e sperma, teste di bambini mai nati, urina. Ma era solo un’onda più lunga, appena più lunga, e veloce a tirarsi indietro disgustata.
Acqua.
Si sforzò di percepire la vita brulicante nel liquido in movimento. Alba chinò il capo sin quasi ad annusare la sciolta superficie da cui in un tempo impensabile era sortita la vita. Volle immaginare miriadi di bestiole, inconsistenti come sogni, rimescolarsi nel desiderio prepotente d’una sopravvivenza altra e altrove. Non vide nulla.
Acqua.
Segmenti disciolti, un insensato e affannoso slalom sull’epitelio rugoso. Una corsa sussultante, asfittica, per tornare alla distesa azzurra. Udì un pianto sommesso: lacrime di sale, imprigionate tra i peli grigi, esalavano l’ultimo umido sospiro.
Acqua.
Si alzò, in uno scricchiolio di ossa nemiche e disubbidienti, tenendo alta la gonna sulle gambe. Un solletico allegro le colò giù dalle ginocchia, fino ai piedi immersi nella sabbia. Fece due passi e si voltò a scrutare le proprie impronte deformi, come pozze splendenti per un attimo nella rena vorace. Poi continuò a camminare, immergendosi lentamente. Gli occhi volti a un’altra, invisibile sponda.
Acqua.
Sussurrò.
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Ho pubblicato un libro di racconti mainstream "Dall'ultimo leggio", ho partecipato all'antologia noir "Quindici passi nel buio" (trovate informazioni su ibs o traccediverse e recensioni sparse sul web), sempre con traccediverse uscirà "Il professor Scelestus" romanzo. In uscita anche "Eraclito e il muro" edizioni GEM e "Libera uscita" edizioni delosbooks. Nei links i riferimenti. Ho appena finito il mio terzo romanzo (adesso mi aspetta un lungo periodo di riposo e revisione) titolo provvisorio: La jatta!
Il tuo odore
Tra gli scaffali odore d’inchiostro e carta. Percorro lentamente lo spazio che mi separa dalla libreria, quarto scaffale, lato destro. C’è ancora…il libro che avevi sfiorato, indeciso, e poi lasciato lì senza concederti il lusso d’un desiderio ormai inutile. Lo tocco … una reliquia, cercando il tuo profumo sulla copertina. Il nostro ultimo viaggio, a Roma, in cerca d’un miracolo, invano.
“Prendo questo.” mormoro.
“Il manuale di navigazione?!”
“Mi piace viaggiare…”
La commessa mi squadra curiosa: a settant’anni c’è poco da navigare, in effetti.
Te lo porterò domani, ne sussurrerò una pagina al giorno…intanto aspiro il tuo odore, reale ancora per un po’.
Oggi vorrei proporvi di fare un giro sul sito di Giovanni Sollima che ho appena aggiunto nei links, ne vale la pena! Mi piacerebbe leggere le vostre sensazioni poi...